Negli ultimi anni TikTok è diventato, per una fetta crescente di utenti, un vero e proprio motore di ricerca alternativo: si usa la piattaforma per cercare consigli, spiegazioni, opinioni su praticamente qualsiasi argomento, comprese materie scientifiche complesse come la radioattività e le radiazioni. Il problema è che la logica dei contenuti brevi, pensati per catturare l’attenzione in pochi secondi, si presta molto bene alla semplificazione estrema e molto male alla precisione scientifica. Il risultato è un ecosistema di contenuti virali su “radiazioni pericolose”, “wifi cancerogeno” o “smartphone che emettono radioattività”, che mescolano informazioni corrette, mezze verità e vere e proprie bufale, spesso senza che l’utente medio abbia gli strumenti per distinguere le une dalle altre.
Il problema della confusione tra tipi di radiazione
Una delle imprecisioni più diffuse nei contenuti virali riguarda la mancata distinzione tra radiazioni ionizzanti e non ionizzanti, due categorie che dal punto di vista degli effetti biologici sono profondamente diverse. Le radiazioni ionizzanti, come i raggi X o quelle emesse da sorgenti radioattive, hanno energia sufficiente a strappare elettroni dagli atomi e possono, in determinate condizioni di esposizione, danneggiare il DNA cellulare: sono quelle regolamentate da normative molto rigide, come il D.Lgs. 101/2020 in Italia, e il loro utilizzo in ambito medico, industriale o di ricerca è sottoposto a controlli e autorizzazioni specifiche.
Le radiazioni non ionizzanti, come quelle emesse dal wifi, dai telefoni cellulari o dalle linee elettriche, hanno un’energia molto più bassa e, secondo il consenso scientifico attuale supportato da organizzazioni come l’Organizzazione Mondiale della Sanità, non hanno la capacità di alterare la struttura del DNA nello stesso modo. Questo non significa che non debbano essere monitorate, ma la loro natura è talmente diversa da quella delle radiazioni ionizzanti che equipararle, come fanno molti video virali, è semplicemente scorretto dal punto di vista scientifico.
Perché queste bufale si diffondono così facilmente
Il meccanismo è lo stesso che alimenta gran parte della disinformazione sui social: un messaggio allarmistico, semplificato al punto da perdere ogni sfumatura tecnica, genera più engagement di una spiegazione accurata ma meno immediata. A questo si aggiunge un elemento psicologico ben noto: le radiazioni, essendo invisibili e impercettibili ai nostri sensi, generano una forma di ansia che le rende un terreno fertile per contenuti sensazionalistici, indipendentemente dalla loro fondatezza scientifica.
Chi lavora quotidianamente nel campo della radioprotezione sa quanto sia difficile, in certi casi, smontare convinzioni radicate che nascono da un video visto distrattamente ma che restano impresse più di una spiegazione tecnica letta su una fonte autorevole. È un fenomeno che non riguarda solo il pubblico generico: capita che anche in ambito professionale si debba partire dallo sfatare un’informazione scorretta prima di poter affrontare correttamente un tema di sicurezza reale.
Come orientarsi tra le fonti
La regola più semplice, quando si incontra un contenuto allarmistico sulle radiazioni, è verificare se cita fonti scientifiche verificabili o normative specifiche, oppure se si limita ad affermazioni generiche prive di riferimenti. In Italia, la valutazione e la gestione del rischio da radiazioni ionizzanti in ambito lavorativo e sanitario è affidata a figure tecniche specifiche, come l’esperto di radioprotezione Cemirad, il professionista abilitato a effettuare le valutazioni dosimetriche e a garantire che l’esposizione rientri sempre nei limiti previsti dalla normativa vigente. Si tratta di competenze acquisite attraverso percorsi formativi regolamentati, molto distanti dalla logica del contenuto virale da trenta secondi.
Conclusione
Il tema delle radiazioni merita lo stesso rigore che applichiamo, almeno in teoria, ad altre questioni scientifiche complesse: diffidare delle semplificazioni eccessive, verificare le fonti e, quando il dubbio riguarda un’esposizione reale e non un video visto per caso, rivolgersi a chi ha le competenze tecniche per valutarla correttamente. Il buon senso digitale, in questo campo come in molti altri, passa prima di tutto dalla capacità di riconoscere quando un contenuto è fatto per informare e quando è fatto solo per generare clic.



